Lo stato di emergenza ambientale e climatica

Poche ore fa il parlamento britannico ha approvato la dichiarazione di emergenza ambientale e climatica che impegnerà lo Stato ad agire di conseguenza sul tema.

Il ministro dell’ambiente ha affermato che siamo di fronte a una vera e propria crisi che deve essere affrontata come tale. I temi principali sono quelli della perdita di biodiversità (si parla di sesta estinzione di massa, non robetta) e dei livelli troppo elevati di di CO2 nell’atmosfera che causano il riscaldamento globale.

La presa di posizione della Camera di Comuni è arrivata a seguito della settimana di mobilitazione non violenta da parte del gruppo di attivisti di Extinction Rebellion che ha portato a oltre 1000 arresti per il blocco del nodo di Oxford Circus a Londra.

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La dichiarazione di emergenza ambientale e climatica è un precedente che deve essere replicato in ogni parlamento del globo terrestre e portare ad azioni concrete per la tutela della biodiversità (vi siete accorti che non ci sono più insetti in giro?) così come della decarbonizzazione delle nostre società.

È solo una questione di tempo finché altri paesi seguiranno l’esempio di oltremanica, perché sappiamo che abbiamo solo 11 anni per contenere l’aumento della temperatura al di sotto degli 1,5°. Quando arriverà il nostro paese all’appuntamento con la storia non è dato però saperlo: la maggioranza di governo non sembra particolarmente interessata al tema e la dichiarazione di emergenza ambientale e climatica, d’altronde, non è prevista nel contratto di governo e chissà se possano anche solo arrivare a comprenderne l’importanza.

Intanto il 15 maggio si terrà a Milano l’assemblea nazionale di Extinction Rebellion, organizzazione che inizia a formarsi anche da noi e che avrà un compito molto arduo nel riuscire a bucare il muro di gomma della stampa sulle politiche per l’ambiente e ancora di più il muro della solita narrazione politica fatta di lotta alla povertà a colpi di paghette e di guerre contro gli ultimi e i diversi.

E dopo la dichiarazione, serviranno politiche puntuali fatte da persone oneste e competenti che se ne occupino. E questo, al momento, è il vero problema: il pensiero ambientalista non ha diritto di cittadinanza all’interno delle istituzioni in questo momento.

In bocca al lupo a tutti noi e #votapinz

Il progetto di una Costituente Verde

C’è un messaggio che da diversi mesi ricorre inascoltato in giro per l’Europa: è quello di Greta Thunberg, la ragazzina svedese che non perde occasione di ribadire alla politica che bisogna fare scelte coraggiose per contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta.

Greta (e i ragazzi del Fridays for Future con lei) non smette di dire che la politica deve ascoltare gli scienziati e agire subito. E poi ci sono i politici che fanno di sì con la testa, si fanno un selfie e continuano come se nulla fosse con il solito approccio di sempre.

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Certo, perché i nostri rappresentanti nelle istituzioni sono gli stessi di sempre, sono gli schiavi del PIL e che mai si sognerebbero di adottare misure anticicliche che non mettano al primo posto la crescita dell’economia con la solita visione miope di chi vuole una crescita infinita in un mondo fatto di risorse finite.

I limiti del pensiero economico

Il punto è che la politica non è pronta per il messaggio dirompente di Greta perché richiede un approccio all’economia nuovo che non si ritrova né nel pensiero liberale, né in quello socialista perché né Adam Smith, né Karl Marx, né John Maynard Keynes, né tutti quelli che sono venuti dopo si sono mai posti il problema dei limiti strutturali del nostro sistema.

Chi ha teorizzato lo sviluppo economico del genere umano ha sempre approcciato il tema delle risorse come il cowboy che continua imperterrito la propria marcia di conquista del west, come se prima o poi non dovesse arrivare l’oceano a interromperne l’avanzata. Oggi l’oceano che pone fine alla conquista del west si staglia chiaro all’orizzonte, a soli 11 anni di distanza.

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Il PIL in un’immagine

Oggi più che mai serve un approccio nuovo perché l’equazione da risolvere è quantomai complessa, perché i sistemi sono tra loro altamente interconnessi. Sappiamo per esempio che dobbiamo eliminare i sussidi alle fonti energetiche fossili e indirizzarle verso la produzione di energie rinnovabili, ma mentre lo facciamo dobbiamo stare attenti a non lasciare per strada i lavoratori del settore che rischierebbero di aumentare la schiera dei disperati in fila davanti alla Caritas.

Sappiamo che dobbiamo aumentare le tasse su tutte quelle attività ad alto contenuto di carbonio, ma mentre lo facciamo dobbiamo evitare di ritrovarci con i gilet gialli in strada che saccheggiano le nostre città perché l’unica cosa peggiore di affrontare un’emergenza climatica è affrontare un’emergenza climatica durante una guerra civile.

Gli scienziati che studiano da decenni il fenomeno del cambiamento climatico ci dicono che dobbiamo tagliare drasticamente le emissioni di CO2 in atmosfera attraverso la tecnologia, attraverso la riduzione dei consumi di materie prime, attraverso l’economia circolare, attraverso la riduzione della popolazione mondiale, ma mentre lo facciamo dobbiamo evitare di amplificare le disuguaglianze economiche e sociali che ci hanno portato fino a questo punto.

Le ricette facili non funzionano

Non possiamo semplicemente mettere al bando la plastica per sostituirla con le bioplastiche da amido di mais o da canapa perché queste sposterebbero il problema dal consumo di petrolio al consumo di acqua e di terreni fertili. Non possiamo semplicemente sostituire le auto con motore a combustione interna con auto elettriche perché significherebbe semplicemente spostare il problema dal petrolio al litio.

Non possiamo intervenire sull’efficientamento energetico nell’edilizia senza occuparci di quello che avviene fuori dagli edifici, senza occuparci del verde pubblico, della gestione della strada e dei trasporti. Non possiamo occuparci di trasporti senza affrontare il tema della logistica e della distribuzione delle merci. Non possiamo occuparci della distribuzione delle merci senza parlare della loro produzione e del loro ciclo di vita. Non possiamo occuparci del ciclo di vita delle merci senza occuparci dei produttori e dei lavoratori, delle loro condizioni di vita e del loro benessere, dei territori dove si produce. Non possiamo occuparci vita dei nostri territori senza occuparci delle condizioni dei territori di tutto il mondo e, quindi, del sistema di relazioni internazionali.

In buona sostanza, non possiamo continuare a compiere scelte tecniche o politiche a compartimenti stagni, senza averne valutato opportunamente le conseguenze sul sistema nel suo complesso.

Quello che serve è un approccio olistico che tratti la Terra per quella che è: un ecosistema complesso in cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. E oggi non ci possiamo più permettere che le reazioni siano incontrollate.

Un’agenda politica

Per questo motivo ho deciso di iniziare a lavorare a quella che voglio chiamare una Costituente Verde: un momento di incontro tra scienziati, associazioni e movimenti per redigere un’agenda politica che delinei le azioni da compiere da qui ai prossimi 11 anni per contenere l’innalzamento della temperatura terrestre garantendo il benessere di tutti i suoi abitanti.

Un progetto di questo tipo non può essere improvvisato e, anche se in termini elettorali sarebbe stato più conveniente farlo adesso durante la campagna per le europee in cui sono direttamente coinvolto, ritengo che la una Costituente Verde sia una cosa troppo seria per derubricarla a mera azione elettorale.

L’obiettivo non può essere vincere qualche seggio al Parlamento Europeo, ma deve essere la creazione di un programma di medio-lungo periodo che sappia attivare tutti quelli che vogliono trasformare la propria protesta e la propria proposta in azione concreta all’interno delle istituzioni.

Lavorerò affinché la Costituente Verde si tenga in autunno con il compito di creare una leadership politica sul tema (non incoronare un leader, attenzione). Il progetto è ambizioso, ma stare a guardare, manifestare, scrivere articoli, attivarsi nei comitati, raccogliere firme e fare divulgazione non basta più.

Il movimento ambientalista ha una sola opzione davanti a se: passare all’azione dentro alle istituzioni dentro a un soggetto politico organizzato attorno a un obiettivo comune o continuare a fare la “cassandra” da fuori, come gli umarel che scuotono la testa mentre altri lavorano.

L’unica scelta è rimboccarci le maniche e agire come se la nostra casa fosse in fiamme, perché lo è.

Cosa ci dice l’aumento del prezzo della benzina

Ricordo che prima delle elezioni l’attuale ministro degli interni aveva promesso che il primo provvedimento che avrebbe messo in atto sarebbe stato il taglio delle accise sulla benzina.

Oggi, a distanza di un anno, non solo i prezzi alla pompa non sono diminuiti, ma hanno raggiunto la soglia psicologica dei due euro al litro, a causa dell’inasprimento dei rapporti tra IRAN e USA. Questa è una notizia tragica per quel 66% della popolazione italiana che possiede un’auto e che, in molti casi, è costretta oggi a scegliere tra fare il pieno, oppure investire i propri soldi in cultura, in una cena al ristorante o semplicemente in prodotti alimentari di qualità distribuendo i propri denari sul territorio.

Se c’è qualcosa che mi ha insegnato l’esperienza di amministrare un’azienda è che la prima cosa da fare per aumentare la disponibilità economica è tagliare i costi che non portano valore.

Liberare le famiglie italiane dalla costrizione di utilizzare l’automobile in ogni circostanza è il modo più veloce per aumentare il reddito disponibile dei cittadini che può essere utilizzato per finanziare attività che promuovono il benessere e la qualità della vita invece che la distruzione del pianeta e delle vie respiratorie.

Inoltre ridurre la dipendenza dal petrolio è il modo per evitare di essere ricattati dalle superpotenze che gestiscono il mercato degli idrocarburi.
Servono delle scelte drastiche e che non possono più essere rimandate.
Servono ora.

Perché le auto elettriche non sono la soluzione per l’ambiente (e quali sono le soluzioni)

Gli ultimi sondaggi ci dicono che l’84% degli Italiani vuole che i partiti affrontino il problema del riscaldamento globale e facciano dell’Unione Europea un leader mondiale nella lotta contro i cambiamenti climatici.

La reazione più ovvia e immediata è un fiorire di dichiarazioni da parte di partiti di ogni estrazione che giurano e spergiurano di essere da sempre dalla parte dell’ambiente (anche se poi scambiano l’anidride carbonica con il cobalto, ma questa è un’altra storia) e inanellano una serie di proposte per dimostrarlo, la prima delle quali è sempre l’auto elettrica eretta a panacea di ogni male ambientale del terzo millennio.

Se da un lato questa è una buona notizia (finalmente ci si rende conto dell’impatto ambientale dei trasporti), dall’altro siamo di fronte alle solite frottole di chi non avendo idea di come risolvere i problemi, cerca il toccasana da dare in pasto all’opinione pubblica in cambio di una manciata di voti.

Ma andiamo con ordine:

L’approvvigionamento di energia/1

Se è vero che in principio le automobili elettriche inquinano meno delle auto con motore endotermico, è anche vero che tutto dipende dal mix energetico utilizzato per la loro alimentazione: se l’energia elettrica viene prodotta bruciando petrolio o carbone, la questione delle emissioni di inquinanti viene semplicemente spostata dal cofano dell’auto alla centrale elettrica senza alcun beneficio.

Al momento solo il 33% dell’energia prodotta in Italia proviene da fonti rinnovabili, mentre il resto proviene da fonti fossili. Un’auto elettrica in Italia oggi è di fatto un’auto che consuma meno idrocarburi rispetto a un’auto a motore endotermico, ma non è esattamente “pulita”.

Un generatore di corrente diesel per caricare un’auto elettrica

L’approvvigionamento di energia/2

Le auto elettriche hanno bisogno di batterie che necessitano di essere ricaricate. Il problema è che fare il pieno è più complesso e lungo che non con le auto a benzina/diesel. Per quanto esistano tecnologie che promettano ricariche veloci in 15 minuti, oggi per una ricarica completa occorrono 2/3 ore (o 6 con un impianto domestico tradizionale). Solo Milano può contare su un parco di 700.000 auto a cui si aggiungono le 900.000 che entrano ogni giorno: considerando che sono quasi tutte parcheggiate in strada, quante colonnine servirebbero per ricaricarle tutte?

La questione delle batterie

Anche se risolvessimo la questione dell’approvvigionamento di energia rendendolo rinnovabile al 100%, resterebbe pur sempre la questione delle batterie che vengono prodotte estraendo un metallo raro, il litio, che è molto impattante in fase di estrazione e in fase di smaltimento. L’obiettivo è risolvere i problemi, non crearne di nuovi.

L’impatto produttivo

Il Lifecycle Assessment (LCA) è lo strumento riconosciuto internazionalmente per valutare l’impatto ambientale in termini di emissioni di CO2 per tutto il ciclo di vita del prodotto, dalla culla alla tomba. Un’auto elettrica (con l’attuale mix energetico italiano) corrisponde più o meno a 580.000 km percorsi da un’auto diesel. Non ci siamo.

La questione traffico

Se anche sostituissimo tutte le auto del pianeta con auto elettriche e avessimo risolto la questione dell’approvvigionamento di energia rinnovabile, rimarrebbe pur sempre il problema del traffico: con 62 auto ogni 100 abitanti, l’Italia ha il più alto tasso di motorizzazione in Europa. Sostituire i motori non cambierà di una virgola il problema del traffico che ogni anno ci costa l’1,5% del PIL.

La questione incidentalità

Ogni anno in Italia muoiono 3.500 persone a causa di incidenti stradali e altre 20.000 persone restano gravemente ferite. Questa è la vera emergenza sicurezza che il nostro paese si ritrova ad affrontare e che solamente in termini economici costa 30 miliardi di euro/anno al sistema paese, senza considerare il dramma delle famiglie distrutte da questo bilancio terrificante.

Sostituire il motore delle automobili non risolverà in nessun modo il problema.

La questione temporale

In Italia al momento circolano oltre 44 milioni di autoveicoli e ogni anno si vendono circa 1,6 milioni di autoveicoli. Se anche a partire da oggi si vendessero solamente auto elettriche, occorrerebbero circa 27 anni per sostituire tutto il parco auto circolante. Ma noi non abbiamo tutto questo tempo.

La soluzione

Se l’automobile elettrica non è la soluzione, allora, qual è la soluzione ai problemi dell’inquinamento, del contenimento delle emissioni di CO2 e del benessere della popolazione?

Contrariamente a quanto sostengono i cacciatori di voti facili, non esiste una soluzione unica, ma un mix di strumenti che se implementati, possono ridurre l’impatto ambientale dei nostri trasporti e aumentare la qualità della nostra vita.

Cambiare modello

Il ‘900 si è basato sul concetto di fluidificazione del traffico, ovvero si è cercato di rispondere alla domanda “quante auto possiamo spostare nel minor tempo possibile?”. Questo ha creato una domanda indotta e sempre più persone hanno deciso di spostarsi in auto saturando ogni spazio disponibile. Oggi dobbiamo cambiare la domanda e chiederci “quante persone possiamo spostare nel minor tempo possibile?”.

Per farlo, dobbiamo invertire l’ordine delle priorità e privilegiare prima di tutto gli spostamenti a piedi e in bicicletta, poi quelli con il trasporto pubblico, poi la mobilità condivisa e infine la mobilità privata a motore. L’illustrazione qui sotto lo spiega chiaramente.

Come si fa? Ridistribuendo in modo coerente lo spazio e i finanziamenti pubblici.

Ridurre il parco auto circolante

Con 62 auto ogni 100 abitanti, l’Italia è il paese con il tasso di motorizzazione più alto in Europa e gli effetti negativi li vediamo tutti i giorni dentro alle nostre città. Se non riduciamo il numero delle auto in circolazione non risolveremo mai il problema.

Servono incentivi a chi abbandona l’automobile a favore di altre forme di mobilità.

Serve una redistribuzione dello spazio pubblico per creare infrastrutture ciclabili e luoghi per la socialità delle persone. I casi in tutto il mondo dimostrano che quando si tolgono le auto dalle strade aumenta il fatturato del commercio al dettaglio.

L’obiettivo deve essere arrivare nelle città al 20% di spostamenti in automobile, mentre il resto deve avvenire a piedi, in bicicletta e con il trasporto pubblico.

Rivedere la logistica urbana

Le nostre città sono oggi ostaggio di una logistica fatta da furgoni diesel parcheggiati perennemente sul marciapiedi con le quattro frecce accese, il tutto per la consegna di un libro. Secondo uno studio della European Cyclelogistic Federation, il 51% delle esigenze logistiche urbane possono essere risolte con biciclette di varia forma e natura.

Occorrerà anche ripensare tutta la distribuzione lavorando sulla creazione di microhub urbani per la consegna/prelievo di pacchi e pacchetti per evitare che a spostarsi siano i furgoni.

Professionalizzare l’uso dell’automobile nelle città

L’automobile è un mezzo di trasporto che se usato impropriamente e con superficialità può causare danni molto gravi. Non si può più continuare a lasciare le auto nelle mani di chiunque. Bisogna andare verso un futuro di professionalizzazione dell’uso dell’automobile, in cui solamente chi è fisicamente e mentalmente idoneo può condurla, soprattutto all’interno delle città. Questo significa aumentare di molto il numero di taxi in circolazione e, conseguentemente, ridurre le tariffe per renderne l’uso accessibile a tutti.

Potenziare il trasporto pubblico

Da quando hanno introdotto i treni ad alta velocità per andare da Bologna a Milano occorre un’ora. Esattamente quanto ci vuole, poi, per spostarsi da una periferia all’altra.

Occorre potenziare i trasporti pubblici partendo da un criterio di leggerezza infrastrutturale ed economia: continuare a scavare per realizzare metropolitane sotterranee è un inutile spreco di risorse, di tempo, di energia e di CO2.

Le migliori esperienze in giro per il mondo dimostrano che tram, metropolitane leggere di superficie e i Bus Rapid Transit sono il modo più efficiente per spostare le persone.

Come dite? Il problema è lo spazio? Basta togliere le auto e avremo tutto lo spazio che serve.

Potenziare le infrastrutture ciclabili

A Copenaghen il 50% della popolazione si sposta quotidianamente in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro o la scuola. A Milano solo il 6% lo fa.

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Il traffico di Copenaghen

Il motivo è la mancanza di una rete capillare di infrastrutture per la ciclabilità (piste ciclabili, ma non solo). Partendo dal presupposto che per ogni km percorso in bicicletta la società ha un beneficio netto di 0,23 €, mentre per ogni km percorso in automobile la società ha un danno netto di 0,84 €, qualunque investimento si decida di fare per la ciclabilità, non sarà mai abbastanza.

Ridurre le velocità

Per quanto negli ultimi anni si sono ridotte drasticamente le morti da incidente stradale, non può sfuggire che la riduzione è avvenuta unicamente all’interno dell’abitacolo delle automobili grazie a soluzioni tecnologiche come le cinture di sicurezza, l’abs, il ripensamento delle scocche; mentre il numero di pedoni e ciclisti vittime di incidenti mortali sono stabili nel tempo.

Visto che la velocità è la principale causa di incidentalità stradale, la riduzione delle velocità deve essere la strada da percorrere. 30 km/h deve essere la velocità massima ammissibile nelle aree urbane (ad eccezione delle strade di scorrimento).

Questo obietivo può essere perseguito attraverso interventi di moderazione del traffico, controlli elettronici delle velocità, oppure attraverso strumenti tecnologici (Intelligent Speed Adaptation) che leggano la strada e limitino la velocità delle auto direttamente dalla centralina.

E l’auto elettrica?

Alla luce di quanto detto fino a questo momento, l’auto elettrica è la soluzione alla mobilità solamente in modo residuale, ovvero quando tutte le altre soluzioni sono da escludersi. Quindi benissimo sostituire il parco auto passando dalla combustione di idrocarburi all’elettrico, ma solamente mentre si lavora drasticamente alla riduzione del parco auto esistente.

E l’Unione Europea?

Come forse saprai, ho deciso di candidarmi alle elezioni europee 2019 nella lista Europa Verde nella circoscrizione Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta).

Già in molti mi hanno chiesto cosa c’entri l’Unione Europea con questi temi, ma il fatto è che il Parlamento Europeo è l’organismo preposto all’approvazione del bilancio dell’Unione Europea, ovvero laddove viene deciso come si distribuiscono i denari pubblici.

+ Bici – Auto, insomma.

Ripensare le tasse per un’economia circolare e sostenibile

È bastato un solo anno di governo di Lega Nord e Movimento 5 Stelle per arrivare a parlare apertamente di aumento dell’IVA. Quota 100 e il cosiddetto reddito di cittadinanza hanno bisogno di soldi per essere finanziati e di soldi nelle casse dello Stato evidentemente non ci sono.

Il momento in cui l’IVA passerà dal 22% al 25% è dietro l’angolo e presto potremo raggiungere lo stesso livello di tassazione di paesi come la Danimarca e la Svezia senza, però, lo stesso livello di servizi al cittadino. Semplicemente si pagherà di più per sostenere quelle politiche che a detta dei nostri governanti, dovrebbero “abolire la povertà”.

Ma non tutti pagheranno allo stesso modo: passare dal 22% al 25% di tassazione significa che un paio di scarpe che oggi costa 50 € costerà 51,22 €.

1,22 € possono sembrare poca cosa, ma tutto dipende dalla prospettiva di chi osserva il fenomeno: 1,22 € sono lo 0,12% del salario disponibile per chi guadagna 1000 € al mese, lo 0,24 % per chi guadagna 500 € al mese e lo 0,024% per chi ne guadagna 5000 €.

E se alla fine del mese sommiamo tutti quegli zerovirgola è facile capire che chi fa fatica a farsi bastare lo stipendio, farà ancora più fatica, mentre chi è più agiato non noterà la differenza, con buona pace della propaganda di abolizione della povertà.

La flat tax funziona così, d’altronde.

Ma la questione qui non è tanto la scelta di aumentare o meno le tasse (se servono i soldi, da qualche parte vano presi), piuttosto la logica con cui questi aumenti vengono fatti e quali prodotti e servizi vengono interessati: in questo momento tutti i prodotti e i servizi della stessa categoria merceologica sono interessati dalla stessa aliquota IVA indipendentemente dal proprio contenuto.

In questo modo oggi ci troviamo di fronte alla situazione per cui l’acquisto di una nuova aspirapolvere o la riparazione dell’aspirapolvere vecchia che non funziona più sono tassati con lo stesso 22%, un modo che ha lo Stato per dire che è del tutto indifferente che si acquisti un nuovo elettrodomestico prodotto in Cina in chissà quali condizioni o si consenta all’omino che ripara le cose nel quartiere di crearsi uno stipendio.

Oggi la stessa aliquota IVA viene applicata alle automobili (che inquinano) e alle biciclette (che non inquinano),  alla saponetta (che è 100% prodotto) e al sapone liquido (venduto con tanto di contenitore in plastica che poi deve essere smaltito), alla farina e all’aragosta.

Io credo però che lo Stato oggi non possa più essere indifferente rispetto alla direzione del proprio sviluppo economico: deve prendere una decisione su quale tipo di modello vuole perseguire perché abbiamo appurato che un’economia lineare andrà necessariamente a sbattere contro il muro delle risorse finite del pianeta.

È arrivato il momento di iniziare a premiare ciò che serve allo sviluppo di un’economia circolare e di penalizzare ciò che serve solamente a far crescere il PIL ma senza generare ricchezza e le tasse sono uno degli strumenti più potenti che abbiamo per indirizzare le scelte di consumo e di sviluppo di un paese.

Alzare le tasse su tutti i prodotti indistintamente è il modo migliore per far pagare ai poveri l’incapacità di una classe dirigente di gestire le finanze di uno Stato e di rimandare ulteriormente il problema del modello di sviluppo su cui si basa l’economia del Paese con conseguenze sempre più gravi.

Per questo occorre al più presto cambiare l’attuale classe dirigente e i rappresentanti nelle istituzioni.

#votapinz

La green generation che salverà il pianeta

Lo scorso fine settimana si è tenuta l’assemblea costituente di Fridays For Future Italia, una due giorni durante la quali la meglio gioventù del bel Paese si è data appuntamento per stabilire una linea di azione comune per i prossimi mesiq.

La sfida è titanica: costringere l’Italia a intervenire con forza sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici.

Nella serata introduttiva i principali esperti di clima in Italia hanno presentato una (tragica) fotografia della situazione che il nostro pianeta si ritrova a fronteggiare e dei 12 anni a disposizione per invertire la tendenza.

La parte più interessante è stata a mio avviso la giornata successiva in cui i delegati di 105 città si sono alternati sul palco dell’auditorium Levi per presentare le problematiche e le aspettative dei propri territori.

In uno straordinario esercizio di democrazia che per la prima volta ha coinvolto la generazione nata a cavallo del millennio, sono stati segnati alcuni punti fermi del movimento che ruota attorno a Greta Thunberg, la 16enne svedese che ha iniziato gli scioperi per il clima.

Prossimo episodio sarà quindi il secondo sciopero per il clima che avrà luogo il 24 maggio e la seconda assemblea costituente che si terrà a Settembre a Napoli per riprendere il discorso con tutti i delegati.

L’assemblea dei #FFF di sabato 13 aprile è stata uno dei momenti politici più alti degli ultimi decenni; 500 ragazzi ragazzi armati di borraccia multiuso e tanta consapevolezza invece di incoronare un leader hanno sancito una leadership orizzontale fatta di sostegno alle energie rinnovabili e di lotta ai combustibili fossili, ferma opposizione alla politica delle grandi opere e comunque al sostegno a qualsivoglia attività economica inquinante.

La maggior parte degli interventi hanno utilizzato la parola “anticapitalismo” per definire la natura del movimento, ma che al momento della sintesi nel documento finale è stato decodificato come segue: “è necessario decostruire un sistema che mette il profitto prima della vita, inquinando e devastando i territori, nel nome di un concetto di sviluppo infinito in un mondo di risorse finite.”. Il capitalismo, appunto.

E qui, davvero, c’è tutto quanto occorre per un manifesto che sappia guidare l’umanità per affrontare le grandi sfide del terzo millennio.

Tutti i presenti erano assolutamente consapevoli del proprio compito politico, ma hanno colto l’occasione per rigettare ogni appartenenza partitica, consci che nessun partito attualmente presente in Italia possa essere minimamente in linea con le posizioni espresse (a parte i Verdi, aggiungo io).

Uno dei momenti più interessanti è stato toccato quando qualcuno ha chiesto di smettere di utilizzare la parola “cittadini” e di parlare di “persone”, perché molte persone che vivono nel nostro paese non hanno la cittadinanza italiana, ma sono anch’esse portatrici di diritti (e ciaone al ministro delle interiora).

Non sono mancati i momenti di assoluta tenerezza, come quando il rappresentante di Reggio Calabria è salito sul palco e ha detto “vorrei parlare a nome di Fridays For Future Reggio Calabria, ma non posso farlo, perché FFF a Reggio non c’è, così come in tutta la Calabria. Perfino il Molise, che non esiste, ha saputo fare meglio di noi. Aiutateci”.

E dal Molise ha risposto Oriana di Campobasso che ha detto chiaramente:
“la nostra generazione deve continuare a prendere parola. Dobbiamo cambiare il modello di produzione: siamo abituati a scegliere tra lavoro e ambiente. Dobbiamo superarlo”

La parola della Val Susa è stata portata da un ragazzo che non si è presentato, ma che ha messo una pietra tombale sul discorso TAV: “se ne discute da 30 anni senza il coinvolgimento dei territori. […] Entro il 2030 dobbiamo dimezzare le emissioni di CO2 e arrivare a zero entro il 2050. Come possiamo sostenere un’opera che entro il 2030 causerà 13 milioni di tonnellate di CO2 nell’ambiente.”

E dopo la TAV si è parlato dell’ILVA e del Mose di Venezia sempre negli stessi termini.

Su quel palco si sono alternati leader nati e ragazzotti un po’ impacciati che facevano valere la forza delle proprie argomentazioni in un clima di assoluta uguaglianza.

Quello di sabato è stato uno dei momenti politicamente formativi più alti della mia vita, un momento in cui si è parlato di idee, di cose da fare e, quasi mai di personaggi e personalismi. Il modo in cui la politica dovrebbe essere fatta, insomma.

Ho trascorso una giornata ad ascoltare questi ragazzi che si ritroveranno a combattere contro un sistema incistato che non ne vuole sapere di cambiare, a fronteggiare l’avversione di quelli che preferiscono continuare business as usual fino al baratro perché cambiare è troppo doloroso, le resistenze di quelli che col solito cinismo dicono che tanto non si può fare.

Saranno trattati ingiustamente, saranno accusati di crimini infami in molti casi inventati e saranno contrastati in ogni modo lecito e illecito. Ma la differenza con le altre generazioni precedenti che si sono trovate ad affrontare delle lotte è che questa è la prima generazione che non ha niente da perdere e che non potrà vendersi al “sistema” in cambio di un buon posto di lavoro o di uno zero in più in busta paga.

Per questo è a loro che va tutta la mia simpatia e la solita raccomandazione: siate spietati, ragazzi, ché non avete alternative.

Se l’ecocidio diventa un crimine internazionale

Non passa giorno senza che si leggano notizie dell’emergenza ambientale in corso: balene spiaggiate con quintali di plastica nello stomaco, isole di plastica flottanti nell’oceano, ghiacciai millenari che si sciolgono, progressiva estinzione degli insetti e cambiamenti climatici che costringono intere popolazioni a migrazioni di massa per sfuggire a inondazioni/siccità/carestie.


Mentre i divulgatori scientifici di mezzo mondo riportano quotidianamente aggiornamenti sull’ecocidio in corso, la politica bofonchia frasi ad effetto per darsi un tono (vedi Zingaretti all’indomani della sua elezione a segretario del PD “dedico la mia vittoria a Greta Thunberg” e poi visita il cantiere TAV) senza offrire soluzioni, e gli operatori economici continuano imperterriti a operare come se nulla fosse, come se le risorse del pianeta fossero infinite e addossano le responsabilità al singolo cittadino che è chiamato a conoscere ogni singolo dettaglio del sistema estrattivo, produttivo, distributivo e di smaltimento delle merci per scegliere in modo consapevole.

Non è un mistero che molto spesso le grandi imprese, invece di operare per il bene di quello che chiamano “consumatore” (che orrore!), operano per il bene dei propri azionisti senza curarsi dell’aspetto etico delle proprie azioni per poi giustificarsi dicendo che operano nel rispetto delle normative di settore che, attraverso lobby particolarmente efficaci, riescono a condizionare in modo sostanziale.

Ed è così che, per esempio, le industrie che operano nel settore delle energie fossili continuano a ricevere sostegni economici per aumentare il livello delle emissioni di CO2, esattamente come quelle dell’automotive che spacciano il diesel per acqua di colonia, e i grandi imbottigliatori di acque minerali che ottengono concessioni per rivendere a prezzi stratosferici un bene pubblico (l’acqua) in indecenti contenitori monouso di plastica che nella migliore delle ipotesi diventano asfalti e, nella peggiore, finiscono nello stomaco delle balene di cui sopra.

Una pubblicità di acque minerali in bottiglia che invita a “bere consapevolmente”

Vista così la situazione sembra senza via di uscita, ma vale la pena chiedersi se, vista l’emergenza in corso, non valga la pena adottare misure straordinarie e draconiane per punire chi, anche nel rispetto delle normative, si macchia di quello che potremmo considerare senza esagerare un crimine contro l’umanità: l’ecocidio.

Non sarebbe la prima volta, d’altronde, che le aziende e i loro dirigenti vengano portati a giudizio per crimini contro l’umanità: al termine della seconda guerra mondiale al processo di Norimberga con i gerarchi del regime nazista finì alla sbarra anche Alfried Krupp, proprietario ed amministratore delegato delle omonimo gruppo industriale, insieme a un ampio numero di dirigenti.

L’aula del processo di Norimberga

Il motivo è che il gruppo Krupp dapprima finanziò la campagna elettorale di Adolf Hitler, poi contribuì al riarmo della Germania in violazione dei trattati internazionali, supportò i programmi di aggressione e saccheggio dei paesi occupati e fece ampio ricorso alla manodopera di schiavi forniti dai campi di concentramento. Il tutto, ovviamente, nel rispetto delle leggi vigenti nel Terzo Reich.

Nel 1948, Krupp e altri dieci dirigenti furono dichiarati colpevoli e condannati a pene di reclusione comprese tra i due e i dodici anni.

In quell’occasione un tribunale penale internazionale intervenne nelle vicende di un’azienda privata giudicandone i comportamenti e colpendone i vertici in virtù dell’enormità del crimine commesso.

Mi chiedo, quindi, se non sia il caso di iniziare a punire in modo esemplare tutti quelli scellerati che nel corso degli ultimi decenni hanno barattato l’equilibrio dell’ecosistema con i dividendi da distribuire agli azionisti al termine dell’anno fiscale.

Il reato di ecocidio perseguito da tribunali penali internazionali farebbe di certo passare la voglia ai cacciatori di facili profitti di mettere il presente di pochi davanti al futuro di tutti.

E sarebbe un punto di partenza per la costruzione di modelli più virtuosi.