Perché il Parlamento Europeo gioca un ruolo chiave nella lotta ai cambiamenti climatici

Il Parlamento Europeo è uno degli organi legislativi e decisionali dell’Unione Europea. Tra le sue competenze, si occupa di approvare il bilancio annuale dell’UE e concorre alla formazione di un bilancio pluriennale (MFF – Multi-annual Financial Framework) dedicato, tra le altre cose, alle misure per il contenimento delle emissioni di gas climalteranti.

Questo ruolo può essere utilizzato ampiamente per orientare il disegno di politiche ambiziose in materia di sostenibilità e di riduzione delle emissioni e che siano dotate di sufficienti risorse finanziarie.

I fondi stanziati finora dall’UE hanno permesso di entrare in una traiettoria di riduzione delle emissioni a effetto serra dell’UE negli ultimi 10 anni. Questo ci permetterà di rispettare gli impegni presi nell’ambito della Convenzione Quadro dell’ONU per il Cambiamento Climatico (UNFCCC) e dell’Accordo di Parigi. Tuttavia, se vogliamo portare a zero il bilancio carbonico entro il 2030 come ci richiedono le ultime evidenze scientifiche dell’IPCC, occorre una sterzata ancora più forte in direzione della sostenibilità prima che il cambiamento climatico che abbiamo innescato sia irreversibile e con effetti impossibili da prevedere nel dettaglio.

Nel periodo 2014-20 l’UE si è fissata l’obiettivo di allocare minimo il 20% del proprio budget ad azioni relazionate alla lotta al cambiamento climatico. Al momento sono però in corso scontri di rilievo sul prossimo bilancio pluriennale: la Commissione europea ha proposto di aumentare al 25% la quota di bilancio da destinare alla lotta al cambiamento climatico, mentre il Parlamento Europeo propone il 30%. Mentre alcuni Paesi membri dell’UE (specie quelli dell’est) puntano a mantenere il target minimo del 25%, Francia e Germania propongono di portare l’asticella al 45% che include un 30% per il cambiamento climatico e un 15% per la tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Il voto del prossimo 26 maggio per il Parlamento Europeo farà la differenza in questo senso.

Se ritieni che la lotta ai cambiamenti climatici debba essere la priorità di intervento per i prossimi anni, Europa Verde è la lista a cui dovresti dare il tuo voto. Anche perché, se non voti per i Verdi, per chi voti?Votapinz

La prima causa di morte tra i giovani

Se voi foste, diciamo, il ministro degli interni e doveste concentrare la vostra massima attenzione su una questione specifica, a cosa vi dedichereste? Alla lotta alla mafia? Alla lotta all’immigrazione? Ai comizi elettorali?

Io, per esempio, quello che farei è andare a studiare quali sono le principali minacce da cui devo difendere i cittadini. E credo che andrei a vedere, tipo, quali sono le principali cause di morte nella popolazione che devo difendere.
Probabilmente dedicherei la mia attenzione in particolare ai più giovani, perché sono il futuro del paese.
In questo caso scoprirei che la prima causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 24 anni è l’incidentalità stradale.
cause di morte giovani

Sono ragazzi che utilizzano mezzi molto più potenti di quanto non sappiano gestire, che magari hanno il vizietto di buttare un po’ troppo spesso l’occhio al cellulare.

Ogni anno sulle nostre strade muoiono 3500 persone nel totale disinteresse delle istituzioni la cui idea di sicurezza sembra riguardare più che altro le barche dei poveri cristi che scappano dall’inferno.

Ridurre la velocità sulle strade è la prima cosa da fare ed è quello che stanno facendo la Francia che ha deciso di portare da 90 a 80 Km/h la velocità massima nelle strade statali, la Spagna da 100 a 90 Km/h, il Belgio da 90 a 70 Km/h. E tutte stanno puntando alla riduzione delle velocità massime in ambito urbano a 30 km/h. Perché ridurre le velocità anche solo di un km/h significherebbe salvare 2100 vite all’anno in tutta Europa.

Oggi la tecnologia ci permette di tenere sotto controllo la velocità dei veicoli attraverso dei dispositivi in grado di “leggere” la velocità massima della strada e regolare conseguentemente la velocità massima del veicolo. Questo dispositivo si chiama ISA: Intelligent Speed Adaptation e ritengo che l’Unione Europea dovrebbe renderlo obbligatorio su tutti i veicoli come requisito di omologazione.

L’altra tecnologia disponibile è quella dei rilevamenti di velocità in strada che oggi però sono vietati nelle aree urbane (vedi art. 4 della legge 168/2002) di tutta Italia perché sennò sembra che le amministrazioni comunali vogliano “fare cassa” che pare brutto. E il risultato è che ognuno fa come gli pare, al punto che durante un rilevamento di velocità davanti a una scuola di Monza ho avuto modo di rilevare velocità massime di 74 km/h in pieno pomeriggio.

Lo scorso 6 di Marzo sono andato in Parlamento, alla commissione trasporti della Camera  per presentare le mie osservazioni per le modifiche al codice della strada (di seguito il video).

La Commissione non ha recepito nulla della mia proposta di portare la pace sulle strade. Questa è stata di fatto la molla che mi ha spinto a candidarmi alla prossima tornata elettorale.

Oggi si apre la settimana mondiale della sicurezza stradale che ci ricorda che ogni anno questa costa all’umanità 1,3 milioni di morti e allo Stato italiano 30 miliardi di euro di spese sanitarie.
global road safety week

Se solo si volesse, si potrebbe raggiungere in poco tempo l’obiettivo morti zero sulle strade, basterebbe solo la volontà politica di farlo.

Ma non c’è. Non ancora almeno.

Votapinz

Lo stato di emergenza ambientale e climatica

Poche ore fa il parlamento britannico ha approvato la dichiarazione di emergenza ambientale e climatica che impegnerà lo Stato ad agire di conseguenza sul tema.

Il ministro dell’ambiente ha affermato che siamo di fronte a una vera e propria crisi che deve essere affrontata come tale. I temi principali sono quelli della perdita di biodiversità (si parla di sesta estinzione di massa, non robetta) e dei livelli troppo elevati di di CO2 nell’atmosfera che causano il riscaldamento globale.

La presa di posizione della Camera di Comuni è arrivata a seguito della settimana di mobilitazione non violenta da parte del gruppo di attivisti di Extinction Rebellion che ha portato a oltre 1000 arresti per il blocco del nodo di Oxford Circus a Londra.

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La dichiarazione di emergenza ambientale e climatica è un precedente che deve essere replicato in ogni parlamento del globo terrestre e portare ad azioni concrete per la tutela della biodiversità (vi siete accorti che non ci sono più insetti in giro?) così come della decarbonizzazione delle nostre società.

È solo una questione di tempo finché altri paesi seguiranno l’esempio di oltremanica, perché sappiamo che abbiamo solo 11 anni per contenere l’aumento della temperatura al di sotto degli 1,5°. Quando arriverà il nostro paese all’appuntamento con la storia non è dato però saperlo: la maggioranza di governo non sembra particolarmente interessata al tema e la dichiarazione di emergenza ambientale e climatica, d’altronde, non è prevista nel contratto di governo e chissà se possano anche solo arrivare a comprenderne l’importanza.

Intanto il 15 maggio si terrà a Milano l’assemblea nazionale di Extinction Rebellion, organizzazione che inizia a formarsi anche da noi e che avrà un compito molto arduo nel riuscire a bucare il muro di gomma della stampa sulle politiche per l’ambiente e ancora di più il muro della solita narrazione politica fatta di lotta alla povertà a colpi di paghette e di guerre contro gli ultimi e i diversi.

E dopo la dichiarazione, serviranno politiche puntuali fatte da persone oneste e competenti che se ne occupino. E questo, al momento, è il vero problema: il pensiero ambientalista non ha diritto di cittadinanza all’interno delle istituzioni in questo momento.

In bocca al lupo a tutti noi e #votapinz

Il progetto di una Costituente Verde

C’è un messaggio che da diversi mesi ricorre inascoltato in giro per l’Europa: è quello di Greta Thunberg, la ragazzina svedese che non perde occasione di ribadire alla politica che bisogna fare scelte coraggiose per contenere l’innalzamento della temperatura del pianeta.

Greta (e i ragazzi del Fridays for Future con lei) non smette di dire che la politica deve ascoltare gli scienziati e agire subito. E poi ci sono i politici che fanno di sì con la testa, si fanno un selfie e continuano come se nulla fosse con il solito approccio di sempre.

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Certo, perché i nostri rappresentanti nelle istituzioni sono gli stessi di sempre, sono gli schiavi del PIL e che mai si sognerebbero di adottare misure anticicliche che non mettano al primo posto la crescita dell’economia con la solita visione miope di chi vuole una crescita infinita in un mondo fatto di risorse finite.

I limiti del pensiero economico

Il punto è che la politica non è pronta per il messaggio dirompente di Greta perché richiede un approccio all’economia nuovo che non si ritrova né nel pensiero liberale, né in quello socialista perché né Adam Smith, né Karl Marx, né John Maynard Keynes, né tutti quelli che sono venuti dopo si sono mai posti il problema dei limiti strutturali del nostro sistema.

Chi ha teorizzato lo sviluppo economico del genere umano ha sempre approcciato il tema delle risorse come il cowboy che continua imperterrito la propria marcia di conquista del west, come se prima o poi non dovesse arrivare l’oceano a interromperne l’avanzata. Oggi l’oceano che pone fine alla conquista del west si staglia chiaro all’orizzonte, a soli 11 anni di distanza.

trash filling a landfill site

Il PIL in un’immagine

Oggi più che mai serve un approccio nuovo perché l’equazione da risolvere è quantomai complessa, perché i sistemi sono tra loro altamente interconnessi. Sappiamo per esempio che dobbiamo eliminare i sussidi alle fonti energetiche fossili e indirizzarle verso la produzione di energie rinnovabili, ma mentre lo facciamo dobbiamo stare attenti a non lasciare per strada i lavoratori del settore che rischierebbero di aumentare la schiera dei disperati in fila davanti alla Caritas.

Sappiamo che dobbiamo aumentare le tasse su tutte quelle attività ad alto contenuto di carbonio, ma mentre lo facciamo dobbiamo evitare di ritrovarci con i gilet gialli in strada che saccheggiano le nostre città perché l’unica cosa peggiore di affrontare un’emergenza climatica è affrontare un’emergenza climatica durante una guerra civile.

Gli scienziati che studiano da decenni il fenomeno del cambiamento climatico ci dicono che dobbiamo tagliare drasticamente le emissioni di CO2 in atmosfera attraverso la tecnologia, attraverso la riduzione dei consumi di materie prime, attraverso l’economia circolare, attraverso la riduzione della popolazione mondiale, ma mentre lo facciamo dobbiamo evitare di amplificare le disuguaglianze economiche e sociali che ci hanno portato fino a questo punto.

Le ricette facili non funzionano

Non possiamo semplicemente mettere al bando la plastica per sostituirla con le bioplastiche da amido di mais o da canapa perché queste sposterebbero il problema dal consumo di petrolio al consumo di acqua e di terreni fertili. Non possiamo semplicemente sostituire le auto con motore a combustione interna con auto elettriche perché significherebbe semplicemente spostare il problema dal petrolio al litio.

Non possiamo intervenire sull’efficientamento energetico nell’edilizia senza occuparci di quello che avviene fuori dagli edifici, senza occuparci del verde pubblico, della gestione della strada e dei trasporti. Non possiamo occuparci di trasporti senza affrontare il tema della logistica e della distribuzione delle merci. Non possiamo occuparci della distribuzione delle merci senza parlare della loro produzione e del loro ciclo di vita. Non possiamo occuparci del ciclo di vita delle merci senza occuparci dei produttori e dei lavoratori, delle loro condizioni di vita e del loro benessere, dei territori dove si produce. Non possiamo occuparci vita dei nostri territori senza occuparci delle condizioni dei territori di tutto il mondo e, quindi, del sistema di relazioni internazionali.

In buona sostanza, non possiamo continuare a compiere scelte tecniche o politiche a compartimenti stagni, senza averne valutato opportunamente le conseguenze sul sistema nel suo complesso.

Quello che serve è un approccio olistico che tratti la Terra per quella che è: un ecosistema complesso in cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. E oggi non ci possiamo più permettere che le reazioni siano incontrollate.

Un’agenda politica

Per questo motivo ho deciso di iniziare a lavorare a quella che voglio chiamare una Costituente Verde: un momento di incontro tra scienziati, associazioni e movimenti per redigere un’agenda politica che delinei le azioni da compiere da qui ai prossimi 11 anni per contenere l’innalzamento della temperatura terrestre garantendo il benessere di tutti i suoi abitanti.

Un progetto di questo tipo non può essere improvvisato e, anche se in termini elettorali sarebbe stato più conveniente farlo adesso durante la campagna per le europee in cui sono direttamente coinvolto, ritengo che la una Costituente Verde sia una cosa troppo seria per derubricarla a mera azione elettorale.

L’obiettivo non può essere vincere qualche seggio al Parlamento Europeo, ma deve essere la creazione di un programma di medio-lungo periodo che sappia attivare tutti quelli che vogliono trasformare la propria protesta e la propria proposta in azione concreta all’interno delle istituzioni.

Lavorerò affinché la Costituente Verde si tenga in autunno con il compito di creare una leadership politica sul tema (non incoronare un leader, attenzione). Il progetto è ambizioso, ma stare a guardare, manifestare, scrivere articoli, attivarsi nei comitati, raccogliere firme e fare divulgazione non basta più.

Il movimento ambientalista ha una sola opzione davanti a se: passare all’azione dentro alle istituzioni dentro a un soggetto politico organizzato attorno a un obiettivo comune o continuare a fare la “cassandra” da fuori, come gli umarel che scuotono la testa mentre altri lavorano.

L’unica scelta è rimboccarci le maniche e agire come se la nostra casa fosse in fiamme, perché lo è.

Cosa ci dice l’aumento del prezzo della benzina

Ricordo che prima delle elezioni l’attuale ministro degli interni aveva promesso che il primo provvedimento che avrebbe messo in atto sarebbe stato il taglio delle accise sulla benzina.

Oggi, a distanza di un anno, non solo i prezzi alla pompa non sono diminuiti, ma hanno raggiunto la soglia psicologica dei due euro al litro, a causa dell’inasprimento dei rapporti tra IRAN e USA. Questa è una notizia tragica per quel 66% della popolazione italiana che possiede un’auto e che, in molti casi, è costretta oggi a scegliere tra fare il pieno, oppure investire i propri soldi in cultura, in una cena al ristorante o semplicemente in prodotti alimentari di qualità distribuendo i propri denari sul territorio.

Se c’è qualcosa che mi ha insegnato l’esperienza di amministrare un’azienda è che la prima cosa da fare per aumentare la disponibilità economica è tagliare i costi che non portano valore.

Liberare le famiglie italiane dalla costrizione di utilizzare l’automobile in ogni circostanza è il modo più veloce per aumentare il reddito disponibile dei cittadini che può essere utilizzato per finanziare attività che promuovono il benessere e la qualità della vita invece che la distruzione del pianeta e delle vie respiratorie.

Inoltre ridurre la dipendenza dal petrolio è il modo per evitare di essere ricattati dalle superpotenze che gestiscono il mercato degli idrocarburi.
Servono delle scelte drastiche e che non possono più essere rimandate.
Servono ora.