Se l’ecocidio diventa un crimine internazionale

Non passa giorno senza che si leggano notizie dell’emergenza ambientale in corso: balene spiaggiate con quintali di plastica nello stomaco, isole di plastica flottanti nell’oceano, ghiacciai millenari che si sciolgono, progressiva estinzione degli insetti e cambiamenti climatici che costringono intere popolazioni a migrazioni di massa per sfuggire a inondazioni/siccità/carestie.


Mentre i divulgatori scientifici di mezzo mondo riportano quotidianamente aggiornamenti sull’ecocidio in corso, la politica bofonchia frasi ad effetto per darsi un tono (vedi Zingaretti all’indomani della sua elezione a segretario del PD “dedico la mia vittoria a Greta Thunberg” e poi visita il cantiere TAV) senza offrire soluzioni, e gli operatori economici continuano imperterriti a operare come se nulla fosse, come se le risorse del pianeta fossero infinite e addossano le responsabilità al singolo cittadino che è chiamato a conoscere ogni singolo dettaglio del sistema estrattivo, produttivo, distributivo e di smaltimento delle merci per scegliere in modo consapevole.

Non è un mistero che molto spesso le grandi imprese, invece di operare per il bene di quello che chiamano “consumatore” (che orrore!), operano per il bene dei propri azionisti senza curarsi dell’aspetto etico delle proprie azioni per poi giustificarsi dicendo che operano nel rispetto delle normative di settore che, attraverso lobby particolarmente efficaci, riescono a condizionare in modo sostanziale.

Ed è così che, per esempio, le industrie che operano nel settore delle energie fossili continuano a ricevere sostegni economici per aumentare il livello delle emissioni di CO2, esattamente come quelle dell’automotive che spacciano il diesel per acqua di colonia, e i grandi imbottigliatori di acque minerali che ottengono concessioni per rivendere a prezzi stratosferici un bene pubblico (l’acqua) in indecenti contenitori monouso di plastica che nella migliore delle ipotesi diventano asfalti e, nella peggiore, finiscono nello stomaco delle balene di cui sopra.

Una pubblicità di acque minerali in bottiglia che invita a “bere consapevolmente”

Vista così la situazione sembra senza via di uscita, ma vale la pena chiedersi se, vista l’emergenza in corso, non valga la pena adottare misure straordinarie e draconiane per punire chi, anche nel rispetto delle normative, si macchia di quello che potremmo considerare senza esagerare un crimine contro l’umanità: l’ecocidio.

Non sarebbe la prima volta, d’altronde, che le aziende e i loro dirigenti vengano portati a giudizio per crimini contro l’umanità: al termine della seconda guerra mondiale al processo di Norimberga con i gerarchi del regime nazista finì alla sbarra anche Alfried Krupp, proprietario ed amministratore delegato delle omonimo gruppo industriale, insieme a un ampio numero di dirigenti.

L’aula del processo di Norimberga

Il motivo è che il gruppo Krupp dapprima finanziò la campagna elettorale di Adolf Hitler, poi contribuì al riarmo della Germania in violazione dei trattati internazionali, supportò i programmi di aggressione e saccheggio dei paesi occupati e fece ampio ricorso alla manodopera di schiavi forniti dai campi di concentramento. Il tutto, ovviamente, nel rispetto delle leggi vigenti nel Terzo Reich.

Nel 1948, Krupp e altri dieci dirigenti furono dichiarati colpevoli e condannati a pene di reclusione comprese tra i due e i dodici anni.

In quell’occasione un tribunale penale internazionale intervenne nelle vicende di un’azienda privata giudicandone i comportamenti e colpendone i vertici in virtù dell’enormità del crimine commesso.

Mi chiedo, quindi, se non sia il caso di iniziare a punire in modo esemplare tutti quelli scellerati che nel corso degli ultimi decenni hanno barattato l’equilibrio dell’ecosistema con i dividendi da distribuire agli azionisti al termine dell’anno fiscale.

Il reato di ecocidio perseguito da tribunali penali internazionali farebbe di certo passare la voglia ai cacciatori di facili profitti di mettere il presente di pochi davanti al futuro di tutti.

E sarebbe un punto di partenza per la costruzione di modelli più virtuosi.

La rinascita dei Verdi che parte dalle elezioni europee

Ieri a Roma è stato presentato il simbolo con cui il partito dei Verdi si presenteranno alle elezioni europee del 26 maggio.

È una buona notizia perché dopo anni trascorsi a stipulare alleanze elettorali al ribasso con partitini da prefisso telefonico della galassia dell’ultra sinistra, la dirigenza nazionale dell’unico partito ambientalista italiano sembra aver deciso di rivendicare sé stesso e la propria identità.

La seconda buona notizia è che alle europee sotto la bandiera di Europa Verde rientrerà anche Possibile, il movimento di Pippo Civati, che ha onorevolmente rinunciato a riferimenti espliciti nel logo in nome di un progetto comune.

Possibile è un progetto a cui ho guardato con simpatia fin dal momento della sua fondazione dopo averne letto il manifesto che mette al primo punto “la pace come identità e garanzia dei diritti fondamentali” e al secondo posto la “democrazia energetica e politica industriale” con lo scopo di combattere i cambiamenti climatici.

Nonostante questa simpatia, qualche mese fa ho deciso di iscrivermi ai Verdi perché unici rappresentanti in Italia del Partito Verde Europeo, l’unico partito sovranazionale di cui oggi come mai c’è uno smisurato bisogno.

Il motivo di questa mia scelta è che il tempo a nostra disposizione per cambiare il modo in cui gestiamo l’economia e la società è sempre più risicato, mentre il tempo dei distinguo sulla base di ciò che differenzia le diverse anime del movimento ambientalista italiano è finito da un pezzo.

Sulle testate giornalistiche nazionali ci si chiede oggi se Europa Verde sarà in grado di raggiungere o meno la soglia del 4% alle elezioni europee.

Io invece credo che bisogna chiedersi di quanto la soglia di sbarramento sarà superata alle prossime elezioni, perché oggi come mai i nomi in gioco sono altamente credibili e perché oggi come mai un crescente numero di Italiani ha dimostrato di avere a cuore la tutela dell’ambiente e sente il bisogno impellente di cambiare un modello di sviluppo che fino a questo momento ha avuto solamente la crescita del PIL come stella polare.

E perché alla fine, se hai a cuore le sorti del pianeta e ritieni che i cambiamenti climatici siano la minaccia principale da cui occorre difendersi e non voti per i Verdi, per chi voti?

Le città dove si vive bene

Da diversi mesi sto seguendo una 3a geometri di un’istituto superiore di Monza per un progetto di sulla mobilità e sullo spazio pubblico.

Li ho fatti scarrozzare a bordo di una sedia a rotelle in giro per la città per mostrare loro un punto di vista differente.

Questa settimana siamo andati assieme in gita a Friburgo dove ho preparato un viaggio alla scoperta della capitale green della Germania, una città in cui il 36% della popolazione si muove ogni giorno in bici, il 24% a piedi e il 16% con i mezzi pubblici.

Li ho portati a scoprire un luogo dove gli spazi sono per le persone, in cui ci sono luoghi piacevoli per sedersi e incontrarsi.

Abbiamo visitato le periferie, Vauban e Rieselfeld, dove finisce la città e inizia la campagna, quei luoghi che per noi sono sinonimo di degrado e che lì sono i luoghi della sperimentazione e della contaminazione.

Abbiamo visto le Spielstrasse (strade gioco) dove la priorità è dei bambini; abbiamo visto le Fahrradstrasse (Strade ciclabili) dove la priorità è per chi va in bici. Abbiamo visto linee del tram che solcano rapidamente la città perché i semafori diventano verdi quando passa il tram.

Abbiamo visto case che producono più energia di quella che consumano e mini impianti idroelettrici, pannelli fotovoltaici. Abbiamo visto una città che ce la sta mettendo tutta per diventare carbon neutral.

Abbiamo visto che una città a basso impatto ambientale è una città che funziona meglio di una città ad alto impatto ambientale perché è una città con meno sprechi e meno inefficienze. E in una città che funziona meglio si vive meglio.

Alla fine dei tre giorni, molti dei ragazzi presenti hanno detto (con tutta la fermezza di intenti che può avere un diciassettenne) che potevano immaginarsi di trasferirsi lì per vivere. Alessandro, il ragazzo più polemico della classe, quello che dice sempre che non si può fare, ha alla fine sentenziato:


“ma allora il problema è che i nostri politici non hanno le palle”.

E io non ho potuto aggiungere nulla perché la differenza tra vivere bene e vivere male in fondo è soltanto quella.

La dura lotta contro i plasticazzi

Qualche settimana fa ho inviato una mail al gruppo dei Verdi di Milano proponendo un’azione di contrasto alla produzione e diffusione delle plastiche: montare un banchetto davanti a un supermercato e raccogliere gli imballi in eccesso per poi restituirli al mittente.

Ieri eravamo una decina davanti all’Esselunga di viale Papiniano a Milano a raccogliere quelli che abbiamo chiamato “plasticazzi”: contenitori in plastica ridondanti che servono solamente a chi li produce.

Ciascuno ha arricchito l’idea di base, abbiamo prodotto un volantino per spiegare i motivi della nostra azione ai clienti del supermercato e abbiamo offerto un sacchetto di carta per portare a casa i prodotti orfani dei plasticazzi .

Le persone con cui abbiamo parlato ci hanno dato pieno sostegno e in poco più di due ore abbiamo riempito ben due carrelli di plasticazzi. Qualcuno addirittura ha deciso di cambiare i propri programmi per la mattinata e aiutarci nella raccolta.

Al termine della mattinata, abbiamo consegnato il bottino di plastica non gradita al direttore del supermercato che è stato molto professionale e ha preso le difese della propria azienda.

Nonostante questo, la sensazione è che anche il personale del supermercato fosse d’accordo con la nostra azione perché se non sei un produttore di plastica, davvero non puoi essere d’accordo con l’idea di estrarre petrolio per produrre imballaggi che sono già inutili quando arrivano sullo scaffale.

Ieri a Milano i Verdi e chi ha partecipato all’operazione plasticazzi hanno lanciato un primo messaggio al sistema della grande distribuzione organizzata: i cittadini non hanno più voglia di essere considerati come consumatori a cui rifilare qualunque porcheria passi per la mente al direttore marketing della Pincopallo SpA.

Perché noi cittadini ci saremmo anche stufati di quelli che continuano ad arricchirsi producendo roba che avvelena la nostra catena alimentare. Noi cittadini ci siamo stufati di riciclare roba che non dovrebbe essere prodotta.

L’operazione plasticazzi continuerà con altri flashmob di raccolta e porterà a una richiesta di messa al bando per legge delle plastiche monouso. Sono convinto che i numeri per riuscirci ci siano e che sia solo una questione di tempo. Le aziende che operano nel settore del cibo dovrebbero cogliere subito l’opportunità di cambiare prima che siano costrette a farlo.

Se volete partecipare alla prossima operazione e volete dedicare un paio d’ore della vostra vita alla lotta ai plasticazzi nella vostra città, scrivetemi un messaggio, oppure lasciate un commento qui sotto.

United we stand, divided we fall.

Uno Stato che se la prende con le biciclette

Torino è una delle città con l’aria più inquinata d’Europa e il motivo, lo sappiamo tutti, è principalmente da imputare al traffico automobilistico che ogni giorno riversa veleni che poi noi tutti dobbiamo respirare.

Ieri sera un gruppo di cittadini in bicicletta raggruppati nella consueta e pacifica Critical Mass, mentre rivendicava il proprio diritto a spostarsi senza inquinare e senza occupare spazio, è stato caricato dalla polizia intenta a contrastare il reato di blocco stradale introdotto dal recente decreto Salvini che prevede la reclusione da 2 a 12 anni.

La cronaca torinese di ieri, oltre a creare un ulteriore allarme sulla deriva autoritaria che sta riguardando il paese, e quindi sul tema dei diritti civili, è un segnale chiaro di quali sono gli obiettivi a cui il crescente stato di polizia sta rivolgendo le proprie attenzioni.

L’azione della celere di Torino di ieri sembra essere una risposta diretta alle manifestazioni di venerdì scorso con cui 1,6 milioni di ragazzi in giro per il mondo (e l’Italia è stato il paese più impegnato numericamente sul tema) hanno chiesto azioni dirette e meno chiacchiere ai propri governanti.

Il governo italiano ha risposto col manganello rivolto a chi ha già deciso di lasciarsi alle spalle le abitudini distruttive del XX secolo, di scegliere un mezzo di trasporto a impatto zero che non inquini e non occupi spazio.

Viene da chiedersi se anche in questa occasione il M5S deciderà di starsene zitto per quieto vivere con l’alleato di governo nei confronti del quale è sempre più sdraiato o se, in nome di due delle stelle del proprio simbolo (ambiente e mobilità sostenibile) , vorrà finalmente alzare la testa e interrogare il ministro degli interni in Parlamento.

Ma sappiamo già come andrà a finire e sarà l’ulteriore conferma che chi ha minimamente a cuore i temi ambientali non è rappresentato all’interno dell’attuale arco parlamentare.